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#13] *It’s my kind of town….. (8)*

Il problema con questi luoghi d’oltreoceano, è che ti vien voglia di camminare.
E cammini. Oh se cammini. Ti togli la voglia di camminare. Ovviamente oggi non è stato da meno. Mi verranno i polpacci da calciatore fallito se continuo così. Ma anche no.

Dopo una sveglia in tutta calma verso mezzogiorno e mezzo, e doccia d’ordinanza con ottomilanovecentosei prodotti diversi (in effetti, la mia sindrome di Willy Wonka ora che ci penso è iniziata esattamente in questo luogo!) si parte alla volta di Chidowntown in metro. Per arrivare alla stazione di Harlem è stato fatto il giro pesca turistico dell’anno che mi ha comunque portato a vedere numero due lepri, tre scoiattoli, un paio di ciclisti ghetto style che in realtà ancora vanno all’asilo, e un tassista folle che mentre ci dava indicazioni continuava a far andare il tassametro, facendo incazzare come un’ape l’arzilla vecchina che stava portando non so dove.

Arrivati all’agognata stazione, ciarla di rito con i baristi ai quali è stato comprato un caffè lungo quanto il Magnificent Mile. In effetti chiamarlo caffè è uno zinzino pretenzioso, diciamo "liquido bollente che da lontano ricorda qualcosa contenente della caffeina. Forse." ecco sì è più appropriato. Green Line fino a State Street, passando per tutti i Suburbs VERAMENTE marci. Io che comincio già ad infastidire gli sconosciuti (le sconosciute, in realtà) sulla ballonzolante carrozza del ferromezzo urbano.

State Street di pomeriggio è incredibilmente poco popolata. Continuo a ripetere che questo posto non somiglia alla Grande Mela neanche un po’. New York era uno stimolatore plurisensoriale per nervi scoperti. Arrivava dritta come un calcio in bocca. Pungeva come jalapeño ingurgitato a morsi, arrivava ad essere fastidiosa per quanto entrante nel cervello fosse. Ma a pensarci bene, è quello il suo fascino. Quel lasciare spiazzati, quella capacità curiosa di farti sentire un essere umano completo mentre con le cuffie nelle orecchie cammini giù per la 42esima e ti avvii a prendere la linea sette verso Grand Central, sorseggiando una schifezza qualsiasi di Starbucks ed essendo nella stessa condizione di centinaia di manciate di estranei intorno a te. Sconosciuti ma assolutamente consci di far parte di un unico organismo vivo e pulsante. Ecco, qui la situazione è diversa.

Chitown si stende sorniona verso la riva lacustre. Parigina, in alcuni scorci. Elegante quanto vuoi, pacata però. Non rimbomba nelle orecchie, non ti fa colare di sudore  ogni volta che scendi in metropolitana, non ti toglie il respiro dopo cento metri fatti a piedi. Chitown ha la classe di una signora sposata e benestante. Tutti sembrano sempre sapere dove vanno e cosa fanno, tutti ti guardano male se provi a fotografarli di sgamo. E ti beccano, ovvio. Chitown è silenziosa. Le macchine si fermano al loro rosso e ti schiacciano se provi a passarci tu, con il semaforo che dice "don’t walk". Chitown è piena di pub dove la sera DENTRO si fa del casino ma fuori non si sente volare una mosca. In una parola? E’ quadrata. In ogni senso, tranne che geograficamente. La metro è ‘na cazzata da prendere, non puoi sbagliare fermata. I ponti che tagliano il Chicago River sono sempre lì. LaSalle è lì dove l’avevo lasciata cinque anni fa, la luce è quella grigiopiombo ginevrina descritta da Kundera, nei giorni in cui non si vede il sole (cioè due su tre, finora -,-) e invece somiglia a quella di Parigi d’inverno, oro sbiadito e ovattato, quando il vento del Lake Michigan spazza via i cirrocumuli. E’ una città normale. Bellissima, ma normale. Ha fascino, non si può dire di no. Le cromature vecchio stile della sopraelevata, l’architettura classicheggiante spezzata dai grattacieli, lo skyline che si riflette sul lago. Ha fascino, ineccepibile. Ma è uno charme già visto, per noi italiani abituati al Bello. E poi non lo so. Ripeto, dopo il Lower East Side e camminare su per Museum Mile dove a destra hai Central Park e a sinistra il Guggenheim, mi sento un attimino viziata. New York ha fatto di me una bambina viziata, per quanto riguarda le prospettive culturali. Doveva succedere, lo sapevo.

Scusate, ho divagato. Dicevo… Oggi. Sì.
Arrivo pomeridiano. Incontro con una valanga di spostati che squattavano Lincoln Square in bicicletta. Ho scoperto poi trattarsi della Critical Mass, ovvero di quelli che protestano bloccando il traffico. In bicicletta. Oggi pomeriggio erano lì tutti impegnati ad organizzare la protesta  e rimettere a posto le catene dei velocipedi. Assurdi. Ovviamente ho dovuto fotografarli.


Di nuovo Millenium Park, di nuovo Giant Bean.

Poi, camminata assurda giù per State & Ohio Street. Osservazione accurata del secondo piano di Urban Outfitters, dove vendono una fujifilm che fa delle pola formato credit card. Se non fosse che una pellicola da dieci pose costa trenta bucks, avevo già acquistato tutto il cucuzzaro e me l’ero portato in qua. Poi. Le cuffie serie. Wesc. Cinquanta dollari. Su quelle ci devo pensare. Sono viola e sono tamarre e grosse. Oh sì. Poi già che c’ero ho provato praticamente Tutto, per non comprare nulla. Per il semplice motivo che lì accanto risiede un secondo punto vendita di Forever Twentyone che mi ha donato per la modica cifra di euro trentadue una camicia di flanella kurtiana ma sui toni del blue, una felpa zebrata terribilmente figa e un ciondolo assai serio a forma di cuore. Trentadue euro. Quarantasei dollari. Morirò quando dovrò tornare all’euro. Lo so. Sconosciuti random, per non perdere il vizio:


Ah, a proposito, su State Street in dieci minuti ho socializzato prima con una vecchina che aveva passato le ultime cinque ore a disegnare l’orologio che aveva davanti, e che mi ha poi detto che da giovane era stata in Italia. E Dopo ho fatto l’elemosina a una combriccola di sconvolti che avevano salvato Simon -un gatto a strisce ndr- da morte sicura visto che ha tre mesi, dorme accoccolato nell’incavo dei polpacci della sconvolta-capo e fa le fusa se lo guardi. Gentilmente era stato abbandonato intorno a Lake Street. Gli ho devoluto l’unico dollaro spicciolo che avevo, hanno apprezzato.


Cena da America’s Dog, che è il posto #1 votato dai Chicagoans per andare a mangiare i caldicani,pare. Tra l’altro in questo amèno locus mi hanno gentilmente fatto il Chicago Dog col veggiecoso, anziché con suini random. Adoro questo paese, esiste la veggie version di esattamente ogni cosa. <3 Dramma sulle bevande. Ho provato il fruit punch della Tropicana è fa Schifo. Ho provato il thé dolce al lampone e per dio fa ancora più schifo. Per contrappasso ho provato il thé non dolce, ed era ‘na tragedia. Alla fine ho preso l’acqua. Comunque, bevandagate a parte, posto carinissimo dove si cena con otto dollari a capoccia. E c’è la wireless gratis. Naturalmente mi sono data un tono cercando su google maps come arrivare da Wabash Street al Navy Pier. Me l’ha poi dovuto rispiegare l’inserviente messicano, ma vuoi mettere stare lì a far finta di sapere cosa si sta facendo, digitando su tastini random? u___u”


E comunque, Navy Pier fu.
Tre chilometri all’andata e altrettanti al ritorno. Logicamente a piedi, per vedere meglio Chiladytown vestita da sera.

Sì perché questo posto di notte prende dei toni altezzosissimi. L’intera illuminazione urbana è gialloacceso. E grattacieli giganteschi zeppi di lucine ti appaiono da un angolo quando non te li aspetti. E di senzatetto ce ne sono relativamente pochi.

 Dopo una ventina di minuti di passeggiatina a passo svelto, bandiera a scacchi al Navy Pier.

 Esattamente come lo ricordavo, solo che il cartello del Children’s Museum all’entrata ha qualche lettera di meno che funziona. Dentro, alle bancarelle c’erano come cinque anni fa le mandorle pralinate alla cannella. Sono partita a razzo seguendo la traccia olfattiva e non ne sono rimasta delusa, ovvio. Accanto a questa simpatica delizia ipercalorica c’erano una quantità di rivenditori di cose assurde tipo maglie che cambiano colore alla luce del sole, un negozio con SOLO magneti, una tipa che faceva i cartelli personalizzati e un sacco di altre chincaglierie random. Ho speso una quantità ragionevole di bucks, prima di fare il biglietto per la Ferris Wheel panoramica.


Come mi ricordavo, c’è The Voice che canta "it’s myyyyy kind of toooownnnnn, Chicaaaagoooooooo…!" mentre sali su svariate decine di metri su quei cosini dondolanti e ti godi lo skyline sbrilluccicante. I tizi che fanno le foto prima di salire le fanno MALE con una D300. Perché non ci mettono me a lavorare?


 Eccheccaz. Dopo la parentesi ruota panoramica, correlata di video fatti col cellulare in cui esordisco con "Sai bello se casca?", tre chilometri di prima ma nel senso opposto, Green Line station di State Street. Ad una tipa assurda è caduto un dollaro dal portafoglio e mentre glielo stavo ridando mi fa "No, no, tienilo, magari ti porta fortuna!". Ecco, ho deciso che non lo spenderò mai. Magari leggo i numeri di serie e scopro che hanno qualcosa da dirmi. Vedremo. All’altezza della fermata di Lake Street un cinese manca clamorosamente la fermata stessa, mi guarda e mi fa "Did I miss Lake Street?" e io "Mhh…Yep!" e lui "How do I do now?Tell me?" e io "Mhhh…Let’s see. You get off at Clinton, get down the stairs, get up the other side and take the other train down to Lake Street,mh?!" e lui "Oh I see.. I go *ffffssssttttt – mimando un semicerchio con le mani*, yes yes, I go *ffffsssstttt*!" dopodiché scende. I freaks of nature tutti io, non me ne scappa uno.

Domani Pilsen+Chinatown. Il che significa, full immersion nel mondo messicano prima e in quello dei cinesi importati dopo. Sarà assolutamente interessante.

4 Risposte

  1. anonimo

    che magia Chicago..
    non so…i volti della gente,le strade e tutto il resto..
    tienilo stretto quel dollaro,Marr..

    :*

    agosto 29, 2009 alle 1:23 pm

  2. anonimo

    Hi miss Ameriacan Pie,
    I’m actually rosicanding (rosiking, maybe? :P ) as required and I my plan was to impress you with my really hardcore yesterday night (Stigma, Murphy’s Law and more!) but readying your blog and looking at your pics it seems that you’re enjoying Chitown so much that nothing can make you rosicate (or rosik).

    Non so perché mi abbia preso di scrivere in inglese, sarà che sono ancora mezzo spossato da ieri sera :)

    Per curiosità, quanto viene il libro dei lolcats?

    take care, saluti da blake e devon
    x

    agosto 29, 2009 alle 6:40 pm

  3. ninetwofivetwo

    Caro Emigrante per Bischeri,

    Mi fai rosicare eccome. Tra l’altro avrei dato un rene per fotografare la serata di ieri, altro che concertucoli di terre italiche. Diobono.

    Mi consolo così
    http://www.borders.com/online/store/TitleDetail?sku=159240409X
    con un’abbordabile spesa di 10bucks per la lolcat stuff. Tra l’altro ne hanno fatto anche la versione 2 e la lolcat bible.

    Non andare a prenderlo da Urban Outfitters perché costa deppiù, fai un saltino da Borders, cosa che sto per fare io! *__*

    How’z the weather in NYC?
    Domani suonano i Motorhead all’House of Blues ma pfff è soldout da non so quando.

    agosto 29, 2009 alle 8:04 pm

  4. goBACK

    vabbeh ma tu da fiorentina sei un po’ viziata dalla nascita, artisticamente parlando :)

    settembre 1, 2009 alle 7:16 pm

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